Martina Vittorio

 La Gattoparda      

Sicilia
Martina Vittorio


Sì, ciglia:

folte e corvine, 

su donne divine.         

Donna il cui nome è Cecilia:

sì sottomessa, ma che sempre strabilia.         

Cerchi dorati, alle orecchie, pendenti; 

mani di quelle che son penitenti.        

Volto corrucciato, pesante, invecchiato;                                                

il sole che punta sul naso bruciato.    

Animo torvo, di chi sempre diffida. 

Eppur con candore, poi a chiunque s'affida. 

Si scotta; è contorta:

rimane fregata.            

E, con lei, i suoi figli 

che l'han sempre ascoltata.     

Robusta ma affamata:

sempre maltrattata.      

Regala delizie 

e al contempo ingiustizie.       

Si spoglia per tutti, 

mostra i suoi frutti. 

Ne godono tutti:

i più belli e i più brutti.           

Stolta e distratta,

finisce in malefatta.     

Sbaglia; perdona. 

Non è mai padrona.    

Si veste d'alloro

ma cede il suo oro.     

Incinta perenne, 

poi i figli non tenne.   
 

Le gote, d'inverno, colore d'arancio;

in estate, rovente, da perdere il fiato! 

Donna ridente, 

eppur sempre meschina. 

Regina splendente, 

ma sempre in rovina. 

Nel blu del suo mare

sta ad ammirare

chi l'ha salutata, 

per mai più tornare.    

Niente più Ulisse, 

le strade son scisse.    

Tutti la deridono, 

in coro, all'unisono.    

Gatto distratto, 

e Leopardo vigliacco: 

Gattoparda Cecilia, 

vigliacca, si umilia.     

I suoi orti e i suoi frutti, 

per sempre distrutti. 

Quel che lei sa dare, 

non può più bastare.   

Lasciaci andare, 

stai ad ammirare;

ma dal blu del tuo mare, 

risorgi dal male!

 

2) Ti voglio bene, non voglio pene


Se ti voglio davvero bene
un po' di distanza, è ciò che conviene.

Fosse una carezza, o sfiorarti il braccio:
è sempre meglio se non lo faccio.

Fosse pure guardarti gli occhi,
i quali è meglio che non tocchi.

Fosse pure ammirare i capelli
che bianchi o biondi, sono sempre belli.

Fosse anche solo per capire
se quel sorriso sta lì a mentire.

Fosse per aiutarti con quell'aggeggio
che ormai è il tuo amico egregio.

Ma come posso starti lontano,
non poggiarmi su quel divano,

trattenere, a ogni gesto, la mano
per evitare che tutto sia vano?

Perché anche prendere l'acqua,
o toglier la giacca,

aprire la porta o assaggiare la torta:
può esser fatale per chi mi è vitale.

Perché pure pulirmi, lavarmi, vestirmi,
dall'altro lato che stai a sentirmi,
può esser nocivo se il virus non schivo.

Perché anche se spesso lo imbellettiamo,
sempre un corpo, ridotto, noi restiamo.

Se muscoli e proteine eran motivo di mille moine,
bastano adesso distrazioncine perché tutto vada in rovine.

Sempre più perfetti ci credevamo:
poi tutt'ad un tratto, al corpo, soccombiamo.

Dèi greci e perfetti, prima santi e poi maledetti,
il capo ormai piegano perché son tutti infetti.

Siate pacati, rispettosi, educati:
fosse anche solo per loro - i vostri più amati.

Da grandi giganti che ci credevamo,
è bastato un sol soffio, che capitoliamo.

Se davvero ti voglio bene,
ti sto lontano per evitar pene.

 

 

3) Quando l’argento prevarrà sull’oro       

 

Via fuggendo, 

da me e da loro, 

ma sempre sentendo

nel petto un gran foro.            

Una vita correndo

dietro a un'illusione

e con un po' di vento, 

via ogni ragione.         

Da sempre in affanno, 

senza ristoro. 

In cerca d'inganno, 

in me o in costoro.      

Agognando quel tempo 

in cui molto si tace.

Intanto sentendo

mai un po' di pace.      

Arriverà il tempo

che da tanto io cerco:

quello dell'empio, 

ma privo di sterco.      

Quel tempo in cui tutto

poi ti appartiene. 

In cui non c'è lutto

poiché a niente più si tiene.    

Verso quella libertà, 

che è alla fine del tempo, 

di cui scorgi beltà 

che per tanti è sol scempio.    

Arriverà quel momento

in cui potrai sfiorire:

ma intanto il tormento 

è che puoi solo appassire.      

Una vita rincorrendo 

quel che senti il tuo aspetto. 

E i giorni, qui, vivendo

tutti uguali d'aspetto.   

Arriverà il giorno 

in cui più non temi

gli sguardi a te attorno

e i giudizi a cui tremi. 

Verso la meta di libera vita,

frattanto, però, tutto è di sfuggita. 

Una vita pensando di liberarsi:

per poi, da soli, ammanettarsi.           

Quando l'argento prevarrà sull'oro,

otterrai l'agiatezza di chi sa viver solo. 

Verso quell'immagine in cui sembri padrone;

intanto, però, vivi servo e fifone.       

Arriverà, sì, quel tempo. 

E sarà, allora, il momento

in cui mancherà il tempo 

per viver quell'empio.             

Empio cercato, alla fine degli anni;

empio scavato per tutti i tuoi anni. 

Empio dannato di cui vuoi godere:

empio trovato che mai puoi vedere.   

    

                                                                                                                                  Martina Vittorio

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